Ogni tanto scrivo....

I miei articoli
Sat Apr 5

I consigli di Nonna Papera

Forse affidarsi al buon senso e alla sensibilità altrui a volte non basta, o forse sarebbe solo  più facile ed intelligente non prendersela per certe inezie. Ma come si fa? D’altra parte  purtroppo non  ho al momento vicende sentimentali per cui soffrire, devo pur trovare qualcosa per cui star male! Piccolezze, appunto, e di fronte a una generalizzata mancanza di buon senso forse potrei dare io qualche semplice consiglio a chi in questo momento ha un amico disabile, anzi a chi ha un amico e basta, perché sono piccole cose che valgono per tutti, credo. Da piccola, quando leggevo le riviste femminili di mia mamma e mia nonna, mi soffermavo sempre sulla rubrica dei consigli…. mi  perdonate se mi trasformo per un attimo in Nonna Papera, Cristina Parodi o Susanna Agnelli (scegliete voi quella che più vi aggrada!)?
Primo, e più importante forse: non abbiate troppa paura di fare soffrire l’amico. Prendiamo il caso ipotetico che vi innamoriate e andiate a convivere. Per favore, diteglielo.  Forse ci potrà inizialmente rimanere male, ma può essere utile che sappia l’indirizzo della vostra casa nel caso voglia venire a trovarvi. Anche perché, se non è proprio un idiota, lo verrà poi a sapere e allora non soffrirà tanto perché lui è ancora single, quanto perché non gliel’avete detto. Comincerà a pensare che forse non lo considerate un amico, e così via…meglio un po’ di sana invidia.
Secondo, non pensate al suo posto. Se andate in discoteca e il dubbio che lui non si trovi a suo agio in quell’ambiente vi fa desistere dal dirglielo, rischiate di nuovo che lui si crogioli nei dubbi di cui sopra nel caso lo venga a sapere – e lo viene a sapere, è una regola matematica. Se glielo dite, sarà lui a pensare a cosa fare: magari non lo sapete ma balla, o, chissà, non vedeva l’ora di sedersi a un tavolino e ubriacarsi,  o magari vi risponde che no, piuttosto che stare in quel casino preferisce guardare il Dr House. Stessa cosa se fate un viaggio: non sta a voi decidere se può o non può farlo, se lui ha voglia prenderà i provvedimenti necessari, come ad esempio portare con sé qualcuno che lo aiuti.
E quando finalmente siete usciti o partiti, vi prego non chiedetegli ogni cinque minuti se è stanco (o le mille varianti: vuoi sederti? Hai sete? Andiamo troppo veloce?), può darsi che non lo sia affatto e si stia divertendo come voi. Se poi si accascia a terra, allora sì, magari  è utile proporgli di andare a recuperare l’auto. Ma ricordate che il dovere di un amico è quello di essere amico, appunto, e basta. Sennò tanto vale uscire con i genitori.
Infine, se si comporta male, litigateci. E se avete un dolore piccolo o grande che sia,  non ditegli mai “ma tu hai già le tue”. Frase orribile, ognuno ha le sue, e ognuno ha il diritto-dovere di sapere quelle di un amico. E quando avete bisogno di un favore, chiedeteglielo anche se non pensate che lui vi possa aiutare. Chissà, potreste sbagliarvi.
Sono un po’ stufa di essere considerata spesso, in quanto disabile, soggetto bisognoso di aiuto. E questo non vale solo nel campo dell’amicizia, anzi.   Chi mi vuole bene davvero sa di poter contare su di me e sa quanto questo sia fondamentale per me. Avere bisogno d’aiuto non vuol dire non poterne dare e credo, spero, che almeno i miei migliori amici questo lo sappiano bene, Probabilmente lo sapevano anche prima di conoscermi perché è una cosa ovvia, e voglio pensare di averlo, ai loro occhi, confermato il più possibile.

Valeria Carletti
http://oltreilponte.blogspot.com

Fri Mar 7

Accessibilità? sì, ma anche indipendenza!

Ultimamente sono arrivata alla conclusione di essere una disabile viziata.
Viziata in questo senso: ho avuto una famiglia meravigliosa che fin da bambina mi ha abituata a fare tutto quello che volevo, anche cose che sembravano improponibili. Un solo esempio: ho le mani malmesse, ma ho preso lezioni di piano e ho fatto dei saggi. Non sono diventata una concertista, ma ora come ora su uno spartito saprei riconoscere un do, e ne sono felice.
Mi porto dietro l’abitudine a non pensare più di tanto ai miei limiti ancora ora, e sono profondamente convinta di una cosa: non si deve confondere autonomia ed indipendenza. Lo scorso weekend sono stata tre giorni via con amici, con la solita occasione dei miei amati concerti. Ero ovviamente accompagnata da una ragazza che mi aiutava, da sola non avrei potuto neanche pensare di andare via. Però ho deciso di andare, ho deciso dove, ho deciso con chi… Mi sono sentita realmente indipendente, anche se non sono autonoma. Non essendo in carrozzina, non devo neanche troppo preoccuparmi troppo dell’accessibilità, vado dove mi pare e se per farlo mi tocca fare 10 piani a piedi.. amen.
A dicembre però un banale episodio mi ha fatto molto riflettere. Mi hanno consigliato un farmaco per un disturbo pesante che ho, e ho fatto la stupidaggine di provarlo il giorno del concerto dei Subsonica a Torino, fidandomi di quello che mi era stato detto: è una medicina blanda, al massimo non ti fa nulla. In effetti non mi è servita proprio a nulla, peccato però che sono quasi svenuta, ho tremato per due giorni e ho faticato a muovermi per una settimana. Rinunciare al concerto la sera? Non sia mai! Al massimo, ho pensato, invece che piazzarmi in piedi davanti al palco mi siedo. Dimenticavo solo il piccolo particolare della location del concerto: il meraviglioso Palaisozaki, struttura realizzata in occasione delle olimpiadi invernali. Vorrei davvero conoscere questo Isozaki, l’architetto, e fare con lui quattro chiacchiere sul concetto di accessibilità. Il Palaisozaki è a norma, non lo si può negare: chi è in carrozzina può benissimo entrare, solo deve accontentarsi di rimanere in alto perché la sola via per il parterre è una scala lunga e ripida e ai disabili è riservata un’area al di sopra delle gradinate. Chi soffre di vertigini è fregato, come pure chi ha problemi di mobilità ma non è in carrozzina (nell’area riservata non ci sono sedie). Io, che soffro di vertigini e non sono in carrozzina, mi sono fatta forza e sono scesa un po’ in basso alla ricerca di un posticino sulle gradinate: 5 minuti di ansia, capogiri e tremore,  mitigati dal pensiero che in fondo svenire prima di un concerto sarebbe stato molto punk. Non sono svenuta, però alla fine della serata non me la sono davvero sentita di scendere le restanti gradinate, attraversare il palazzetto e raggiungere il palco per salutare, come avrei tanto voluto, un mio amico che lavora con il gruppo e non ho mai occasione di vedere. Ho fatto dietrofront, mi sono arrampicata fino in cima, e mi sono trascinata a casa un po’ triste.
E’ stato allora che ho pensato: l’accessibilità sarebbe questa? Non dico che uno dovrebbe poter arrivare dovunque, ma almeno scegliere se stare sopra o sotto dovrebbe poter essere possibile. E’ utopistico? Forse. Tutto dipende dal significato che si da alla parola accessibilità. Se accessibilità vuol dire far la grandiosa concessione di assistere ad un concerto anche a chi ha problemi di mobilità confinandolo in cima all’Everest, in un angolo dove tra l’altro non si incontra praticamente nessuno, siamo a posto. Se invece si parte dal presupposto che magari anche il disabile vorrebbe non essere obbligato a portarsi un binocolo per vedere qualcosa e avrebbe anche l’insana voglia di stare in mezzo alla gente, incontrare qualche amico e scambiare due parole – andare ad un concerto, per me,  presuppone anche e soprattutto questo aspetto – non ci siamo proprio.
Ah sì, sono proprio una disabile viziata. Faccio ammenda e non parlo più. La prossima settimana ritorno ad un concerto dei Subsonica, per fortuna non al Palaisozaki, non prenderò nessuna medicina e deciderò liberamente dove mettermi e soprattutto chi andare a salutare. Però, se incontrate il signor Isozaki, spiegategli per favore che godersi un concerto in mezzo agli altri dà molta più gioia che vederselo da soli, su in alto. Per me almeno è sempre stato e sarà sempre così, e vorrei che lo scoprisse anche chi non può permettersi di scegliere dove mettersi, come ho la fortuna di poter fare quasi sempre io, almeno quando saggiamente evito di fare esperimenti nocivi il giorno di un concerto.

Valeria Carletti
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Grande fratello disabile

Navigando per il web sono approdata ad un blog dove si raccontava di un reality trasmesso l’anno scorso in Olanda, Miss Ability. Protagoniste 12 ragazze con svariate disabilità, vestite con abiti d’alta moda e ospitate in alberghi da favola. Le 12 raccontavano mediante cortometraggi le loro storie, il pubblico votava e alla fine proclamava, come tutti i reality che si rispettino, la vincitrice. Il reality ha avuto un successo strepitoso, raggiungendo anche il 25% dello share, ed è stato esportato in altri paesi europei.
Lo so che da me ci si aspetterebbe come minimo un’invettiva contro il genere reality, e invece faccio qui, ora, outing. Ogni tanto qualcuno me lo guardo, consapevole che è una cretinata ma  autoassolvendomi subito: non faccio male a nessuno, solo a me stessa, e a volte per combattere i pensieri non trovo altro che annullarmi davanti alla tv. E, già che ci sono, ecco l’outing n.2: dove lavoravo prima capitava spesso di commentare qualche reality, per ridere un po’, e io a volte ho detto che non sarebbe stato male mandarci un disabile. Non io, ovvio!
All’epoca non sapevo che gli olandesi mi avevano fregato l’idea, e non sapevo neanche che già nel febbraio 2004 il portale Disabili.com aveva lanciato un sondaggio tra i navigatori: il 57% dei votanti dichiarava di volere una persona con disabilità nella casa del Grande Fratello. Ho dato un’occhiata al forum di Disabili.com, e nel commentare la notizia molti parlavano giustamente di strumentalizzazione. Concordo: sicuramente le Miss Ability sono state strumentalizzate e in più ho come la certezza che quei cortometraggi colassero  pietismo da tutti i pori.
Ma faccio un passo avanti: cosa penso davanti ad un normodotato che si fa strumentalizzare e fa il cretino in un reality? Che è un cretino, appunto. E perché non posso pensare lo stesso di un disabile? In tv si parla poco di handicap, ma quando capita il disabile è sempre coraggioso, forte, intelligente, eroico, oppure sfortunato, triste, disperato o in gravi difficoltà. Non è mai un cretino. Perché, in fondo, è sempre un  diverso, uno da trattare coi guanti. E poi sono vietati gli argomenti frivoli: sarebbe considerato di pessimo gusto spettegolare su un disabile, o peggio ancora commentare la sua pettinatura, o il vestito… Quante crociate si scatenerebbero in quest’Italia ipocrita e benpensante! Dubito quindi che qui potrebbe approdare un reality così, e sono anche sicura che, qualora capitasse, sarebbe un programma terribile, a meno che, certo, un produttore leggendo queste righe non decidesse di chiamarmi per ideare il programma  e cavarci fuori una cosa meno stupida! Mi rendo disponibile!
Scherzi a parte, e dando per certo che sarebbe un programma terribile, potrebbe però essere un primo passo per iniziare ad ampliare la gamma di aggettivi in uso attualmente. L’italiano è una bella lingua che merita di essere usata, e sicuramente una persona può essere, oltre che disabile, bella, brutta, antipatica, affascinante, ignorante, elegante, eccetera, eccetera. Sarei quasi felice di vedere in tv un disabile comportarsi in maniera così insulsa da scatenare i più biechi commenti da parte degli ospiti pomeridiani di Cucuzza. E’ la forza della disperazione che parla, perdonatemi. Prometto di riscattarmi guardando la prossima puntata di Report.

Valeria Carletti
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Piccole cose

A volte anche le metafore hanno un loro perché. Quella dei treni per esempio funziona bene. Ci pensavo in questi giorni, e meditavo che, se per chiunque è difficile salire al volo sui vari treni che passano nel corso della vita, lo è doppiamente per chi ha una disabilità. L’immagine è comica, pensateci un attimo: una persona che non cammina bene che tenta di salire sul treno, e ha pochi attimi per farlo.. Vedrei bene una vignetta di Vauro!
Uscendo dalla metafora, vorrei un po’ sfogarmi contro i molti che, esplicitamente o no, mi fanno capire che non comprendono la mia perenne insoddisfazione. Sì, perché da anni mi capita di trovarmi davanti a persone che si meravigliano delle cose che ho fatto, e dietro le loro parole molto spesso si legge benissimo un giudizio che trovo terribilmente ingiusto. Studiare, laurearsi, uscire, vagabondare per l’Italia, sono attività abbastanza ordinarie per un giovane ma se il giovane è disabile improvvisamente diventano straordinarie. Non è anche questa una sottile forma di pregiudizio? La parola integrazione perde di senso se, nel giudicare la vita di una persona, si dà così importanza al fatto che abbia o no una disabilità. Io lo penso davvero questo, e sfortunatamente per me (non giova certo al mio umore) tra i parametri che uso nel giudicare la mia, di vita, non riesco a mettere quello della disabilità. Semmai la metto tra gli ostacoli. Ecco allora che la metafora dei treni persi torna inesorabile alla carica. Perché è vero che mi sono laureata, è vero che non vivo da reclusa, ed è anche vero che si potrebbe dire che ho fatto tante cose (ma qui scatta il concetto di relatività: siamo sicuri che sono tante? Io, la mano sul fuoco non ce la metterei, anzi..), ma, alla soglia dei 30 anni mi accorgo, giorno dopo giorno, che la mia strada non l’ho ancora trovata e che in questo preciso momento sono inesorabilmente impantanata.
E non so se i treni che ho perso, anzi che non ho nemmeno visto, mi sono sfuggiti per colpa mia, o se oggettivamente non sarei proprio riuscita a salirci. So che da anni cerco di inserirmi in qualunque cosa a Torino, e so che immancabilmente non ricevo risposta, ma davvero non so se dipenda da me o dai miei problemi. Una cosa so, ed è che sono piuttosto stanca.
Sono stanca di mandare mail, messaggi e chi più ne ha più ne metta, per inserirmi in associazioni, circoli e quant’altro dove, evidentemente, non mi vogliono (l’ultimo episodio risale ad una settimana fa, ma concedetemi di sorvolare). Sono stanca di chi mi giudica una pazza perché nell’ultimo anno e mezzo, da quando cioè ho iniziato a segnarmeli sul mio blog, ho all’attivo 116 spettacoli visti, tra concerti e spettacoli. Sono stanca di chi, davanti a tutto questo, mi fa notare che non dovrei proprio lamentarmi.
Con questo non voglio dire che ho una vita triste. Adoro le cose che faccio e non rinnego i 116 concerti. Continuerò imperterrita. Sono le piccole cose di tutti i giorni che mi mancano un po’, la quotidianità, qualche motivo per svegliarmi la mattina senza chiedermi se ha poi un senso. Banalmente potrei dire un ragazzo, un lavoro vero, degli impegni in cui la mia presenza risulta fondamentale. Direi soprattutto quest’ultima cosa. Mi piacerebbe avere una vita più… ordinaria, non sono così alternativa come si crede.
Potendo scegliere, aprirei volentieri un piccolo locale. Studierei bene il menù, le luci, l’arredamento, e metterei la musica che voglio io, da Tom Waits a Capossela a Yann Tiersen, e magari anche qualcosa d’allegro per non indurre al suicidio gli avventori. E chiacchiererei, chiacchiererei, chiacchiererei.
Le “piccole cose” di tutti i giorni sono certo un parametro più sensato della disabilità per capire come ti sta andando la vita. Io adoro le piccole cose.

Valeria Carletti
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Categoria protetta

Se ci penso, di amici con un lavoro fisso ne ho ben pochi. Agenzie interinali, contratti a progetto e a tempo determinato sono ormai la triste realtà. Io di curriculum ad agenzie interinali e simili ne avrò mandati a centinaia, senza nessun risultato, nonostante io sia una categoria protetta e veda in continuazione annunci dedicati alle categorie protette sui vari siti che ormai ho memorizzato tra i miei links preferiti. Niente. Che poi io tendo a candidarmi anche agli annunci non riservati alle categorie protette, perché dopotutto credo di meritarmi un posto soprattutto perché ho studiato, perché mi son data abbastanza da fare e qualche competenza ce l’ho, e non perché sono disabile! Al di là di questo, non mi capacito del fatto di non venire mai chiamata mentre le mie amiche sono sommerse da colloqui e da proposte di contratti rinnovabili ogni mese, o se hanno fortuna ogni sei mesi.
Paradossalmente io alla fine potrei dirmi più fortunata. Grazie, ovviamente, ad una conoscenza, un lavoro fisso l’ho trovato, addirittura a tempo indeterminato in un’assicurazione, o meglio a casa col telelavoro. A questo punto vi chiederete perché sto qui a lagnarmi del fatto che le agenzie interinali non mi chiamano…. Semplice: come tutti i comuni mortali che trovano un lavoro insoddisfacente, vorrei avere l’opportunità di cambiarlo, anche perché non riesco davvero a considerarmi “occupata”. Ho accettato un telelavoro anche se l’idea di lavorare da casa non mi entusiasmava, considerando che un tempo indeterminato non lo avrei trovato facilmente una seconda volta, ma non potevo immaginare che non mi avrebbero quasi mandato lavoro. In sintesi: sono assunta, vengo regolarmente pagata ma lavoro molto meno di quanto dovrei. Perché si comportino così non so spiegarlo davvero: ignoranza, o menefreghismo. Mi hanno assunto perché dovevano ma non si sono preoccupati più di tanto di trovarmi lavori da fare. Un paradiso per molti, credo. Per me un insostenibile danno al mio morale e alla mia autostima che nell’ultimo periodo è colata a picco.
Così, nei momenti in cui riuscivo a sentirmi un po’ più forte, ho continuato a cercare lavoro e finalmente, a febbraio, ho fatto un colloquio in un’agenzia interinale che si occupa di profili medio-alti. L’ideale per me, ho pensato, non perché io mi consideri un profilo medio-alto ma, banalmente, perché lavori manuali non potrei farli neanche volendo date le mie difficoltà motorie. Avevo fatto un’ottima impressione, si capiva che la persona che mi esaminava era abbastanza ammirata, mi ha fatto un sacco di complimenti per il curriculum e la grinta, dicendomi che capiva perfettamente il mio bisogno di cambiare lavoro, di trovare un lavoro vero…(un telelavoro in cui non ti mandano quasi lavoro direi che è una presa per i fondelli tendente al mobbing…) L’ho ricontattata alcuni giorni fa mandandole il curriculum aggiornato, mi ha risposto ricoprendomi di nuovo di complimenti ed esortandomi a non mollare mai. Una mail molto bella e accorata, a conclusione della quale mi ha però detto che mi terrà presente, ma si sa…le aziende hanno molti pregiudizi. Dico io…e allora? Non è il suo lavoro presentarmi alle aziende? Più che far bella figura davanti all’agenzia interinale cosa deve fare? Cosa devo fare più dei comuni mortali, saltare sulla scrivania e ballare? Meno male che sono una categoria protetta, avrei voluto rispondere alla gentilissima dottoressa, ma non ho avuto la forza di farlo. Comincio a dubitare di essere protetta solamente dalle telefonate di chi potrebbe avere un lavoro adatto a me…

Valeria Carletti
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Handicap Rock

Ciao Max, mi hai accennato che in redazione se la sono presa per lo strillo in copertina “Handicap Rock”.
Ieri facevo zapping e ho beccato un servizio delle “Iene”: Giulio Golia intervistava quell’idiota del senatore De Gregorio e ogni tre minuti partiva uno stacchetto che “incitava a chiamare le cose col proprio nome”. De Gregorio ha accettato 500.000 euro di finanziamenti da Berlusconi in cambio del suo passaggio alla destra? Bene, allora De Gregorio è un venduto. E così via…..
Il servizio mi è piaciuto molto, di questi tempi chiamare le cose col proprio nome non va di moda, o non conviene, o fa paura. Nel caso dell’handicap fa paura. Prima o poi vorrei scrivere un pezzo su cosa ne penso io del termine “diversamente abile”. Una cavolata. Io non mi sento diversamente abile, io quando sono triste e depressa e avrei bisogno di prendere la porta e fare un giro, non posso farlo. Io sono disabile, io ho un handicap. Punto. Mica è un’offesa? Mia madre frequenta un’associazione di genitori dove la parola “handicappato” è vietata. Per carità, i genitori sono sempre molto sensibili, forse più di noi…
Ti dirò, per me dire che ho un handicap è dire una verità. Le parole non mi fanno né male né paura. Si ha paura di parlarne, non si vuole offendere, ma è coi fatti che si offende. Sto male quando vengo trattata con pietà, o peggio ancora come una cretina (capita spessissimo che si confonda l’handicap fisico con qualcos’altro…..a furia di non parlarne!).
Quando ero piccola il mio più grande cruccio era che i compagni non mi prendessero in giro come facevano tra di loro. Oggi tutti i miei amici sono quelli che non hanno paura di dirmi niente, e anzi spesso si scherza anche sui miei problemi… Ecco perché non ci trovo nulla di male nello scrivere in copertina “Handicap Rock”. Primo perché è un titolo reale: si tratta di due musicisti rock disabili! Secondo perché, come dicevo, l’handicap è una condizione e non una vergogna. Una condizione in cui si cerca di fare quello che si vuole….ed è meraviglioso che uno faccia un disco. Sarebbe offensivo dire che è bello solo perché l’ha fatto uno in carrozzina, questo sì, ma voi non lo farete, no?

Valeria Carletti
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Risposte

A distanza di due anni ormai, mi fa quasi ridere pensare a quel che è capitato. Se mi soffermo un po’ di più però, scatta quella sana rabbia che sembra dirmi di non rinunciare a vivere come meglio credo. Ho avuto una carriera scolastica molto “normale”; episodi d’emarginazione ce ne sono stati, ma alla fine li ho superati, e ricordo quegli anni quasi con nostalgia, col solo rimpianto di non essermi dedicata tanto a me. E’ così sicuro che sia così importante andare bene a scuola? Ora come ora ho qualche dubbio.
Il giorno della laurea ero frastornatissima, e più che per la laurea in sé ero felice per gli amici che stavano vivendo con me quel giorno di follia completa.
Dopo pochi mesi lavoravo già. Una borsa lavoro per ragazzi disabili presso l’informahandicap, tre ore e mezza al giorno, rimborso spese. Il lavoro non era male, specie se lo paragono a quello di ora: ero nella redazione, facevo rassegna stampa, scrivevo…il lavoro ideale per me! Peccato che l’ambiente era un po’ troppo protetto. Dopo due colpi di tosse scattava la domanda: perché sei venuta a lavorare? Inutile spiegare che solitamente la tosse mi dura anche un mese e non mi sembrava il caso di prendermi un mese di mutua perché avevo la tosse. Ma in realtà non voglio soffermarmi su questo. Il fatto è che tre ore e mezza intervallate da mezzora di pausa caffè erano proprio poche per i ritmi cui ero abituata.
Vicino alla redazione dove lavoravo c’era un ufficio che si occupava di inserimenti lavorativi e tempo libero. Ci andai un po’ di volte, spiegando che stavo proprio male a lavorare così poco, e chiedendo se c’era possibilità di far qualche altro lavoro, magari il pomeriggio, o trovare anche solo qualche attività in cui potermi impegnare.
In sintesi, ecco le poche risposte che non ho ancora rimosso, con le relative mie obiezioni. (Qualcuna però solo pensata: di fronte a simili atteggiamenti a volte mi blocco e non trovo la forza di reagire)
Ma un lavoro ce l’hai già, perché non ti accontenti? (tre ore e mezza non mi bastano, sia psicologicamente, sia economicamente; e poi mi trovi lei un laureato che si accontenta di un lavoro così..)
Ma perché non ne approfitti per uscire coi tuoi amici, visto che ti senti anche sola? (ehm… tutti i miei amici hanno la strana abitudine di lavorare il pomeriggio, per questo se esco, esco di sera..)
Perché non vai a farti un giro al supermercato? (no comment, credo di averla semplicemente guardata..)
Ma se poi lavori anche il pomeriggio non ti stanchi? (ma saran poi fatti miei?)
Tu fai cose troppo intellettuali. Devi rilassarti, perché non vieni al corso di trucco? (prego?)
Dedicati un po’ a te stessa. Fai nuoto. (Ecco, qui ho ceduto, e me ne pento, ma dopo due mesi ho smesso: era estenuante, finivo piena di dolori, faceva caldo e mi si rovinava la piega..).
Chissà quante volte questa donna avrà dato risposte simili ad altri disabili. Io credo che siano risposte che possono far molto male: davanti a lei non ero più io, ero l’ennesima povera disabile, e tale un po’ mi sentivo.
Alla fine il lavoro l’ho cambiato, ma l’esperienza si sta rivelando devastante e devo fare in fretta ad andarmene anche da lì. E’ vero, a distanza di due anni ci rido di queste risposte, ma mi rendo conto che, inconsciamente, faccio molta più fatica di prima a ricordarmi chi sono, e che la pretesa ad un lavoro “vero”, lungi dall’essere assurda, è il risultato degli anni di studio e di tutto quello che ho fatto negli ultimi 28 anni della mia vita.

Valeria Carletti
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La follia della vita

Qualche settimana fa ero nel mio locale emiliano preferito, uno dei miei posti del cuore. Ero triste, assillata da brutti pensieri, avevo caldo ed ero nera, perché in quel luogo, almeno, avrei voluto essere serena. Sì avvicina un mio grande amico chitarrista, abbastanza pazzo, mi chiede come va e io gli faccio un piccolo sunto. Lui mi guarda, poi seriamente mi fa “Bè, drogati, no?”. Sono scoppiata a ridere, e ho pensato che decisamente mi aveva tirato su il morale. Se penso ad una cosa bella della mia vita, non posso fare a meno di considerare che spesso sono stata circondata da pazzi e coinvolta in situazioni folli. Se mi soffermassi su tutto quello che non va, credo mi tirerei subito un colpo. Parliamoci chiaro: sono disabile, in questo periodo non sto neanche bene, non ho un ragazzo, al lavoro si comportano come se mi facessero un favore ad inviarmi ogni mattina un compito inutile che m’impegna sì e no 50 minuti…un disastro insomma! Mentre scrivo questo elenco di disgrazie, due folli di nome Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro stanno viaggiando dal Trentino a Roma a piedi. Così, senza motivo. Ogni giorno mandano in rete il video-racconto della tappa. Uno spasso, consigliatissimi gli sketch vicino ai cartelli coi nomi dei vari paesini. Mi hanno tirato su il morale spesso strappandomi una risata, e fatto pensare a quanto devo essere grata a quella che Jacopo Fo chiama la “magia della vita”: i momenti folli, inutili, paradossali che mi han aiutato a sopravvivere. Mi piace raccontarli, li racconterei volentieri anche a chi, guardandomi, gli si legge in faccia che pensa “poverina”. Poverina chi? Poverina forse quel giorno in cui ero seduta nella campagna umbra con la mia migliore amica e un sacchetto pieno di confetti, ne ho preso uno, non ho calcolato le distanze e l’ho buttato direttamente in gola. Da tre anni faccio presente all’amica che si è accasciata sul tavolo ridendo come una pazza mentre io potevo morire. In effetti poi un po’ morta dal ridere lo sono anch’io, e come minimo due o tre volte l’anno rievochiamo divertitissime lo scampato pericolo. O forse quella notte in cui la polizia mi ha fermata. Eravamo un gruppo di giovani alle 5 di mattina davanti alla Malpensa. Che ci facevamo? Semplice, era finito un concerto ed era l’unico “bar” aperto”. Ci fermano ovviamente, passo davanti il mio documento e un poliziotto si affaccia nell’auto e mi fa: “ma io ti conosco, sono amico di tua cugina…” Per mesi mi han preso in giro sostenendo che solo io potevo beccare a 200 km da casa e alle 5 di mattina un poliziotto che mi conosceva!
Ultimamente, passeggiando con amici in centro, ho visto passarmi davanti il mio attore preferito. Mi giro, non lo vedo più, e dopo un breve summit consideriamo che dev’essere entrato nel locale davanti. Entriamo, facciamo un’ispezione e chiediamo anche con nonchalance al cameriere: “scusi ha mica visto passare Luigi Lo Cascio?” “Chiiiii? Fa lui. Alla fine, disperati, apriamo pure la porta del bagno. Nulla, sparito. Non era sparita invece la sensazione che non è del tutto normale andare in giro a chiedere “scusi, c’è Lo Cascio?”. Mi è spiaciuto non trovarlo, ma è stato un momento meraviglioso. Se ti svegli e fai sempre cose normali, e se la tua quotidianità non è del tutto facile e felice, non puoi sopravvivere. A chi pensa “poverina, chissà che triste vita”, sarebbe bellissimo poter rispondere “già, e sono anche un po’fuori di testa. E gran parte dei miei amici anche. E’la mia grande fortuna”.

Valeria Carletti
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Di madre in figlia

Sono cresciuta con una nonna che ha vissuto la resistenza, e quando in prima media l’insegnante di musica ci ha chiesto di presentarci cantando una canzone io ho pensato subito a Bella ciao, davanti ai miei compagni che forse si saranno chiesti se per caso non conoscevo canzoni più… recenti. Ripensandoci è stato un bene, all’epoca avevo dei gusti musicali terribili! D’altra parte per me Bella Ciao non era una canzone vecchia, era Bella ciao, punto. Solo un anno prima, l’ultimo anno delle elementari, avevamo cambiato maestra e questa maestra nuova ogni tanto c’insegnava canti di resistenza. Ricordo che erano dei bei momenti, ed in particolare mi è rimasto impresso questo ritornello, che negli anni spesso ho canticchiato tra me e me:

Sebben che siamo donne
paura non abbiamo
per amor dei nostri figli
per amor dei nostri figli
Sebben che siamo donne
paura non abbiamo
per amor dei nostri figli
in lega ci mettiamo
A oilì oilì oilà e la lega crescerà
e noialtri lavoratori, e noialtri lavoratori
a oilì oilì oilà e la lega crescerà
e noialtri lavoratori vogliam la libertà

Nell’aprile di quest’anno da Torino sono partita alla volta di Modena per prendere parte alla serata di presentazione del progetto “Mondine – di madre in figlia”. Ad un certo punto le Mondine hanno intonato quei versi e mi è venuto quasi da piangere. E’ stato come se tutti questi anni non fossero passati, e unendomi al loro canto mi son sentita parte di un’unica grande storia.
Io però non sono stata una mondina, non ho parenti che lo sono state (anzi, sì: ho scoperto ieri che una mia prozia era mondina…), apparentemente non ho nulla in comune con loro che possa giustificare un legame speciale.
La vita di una mondina, si sa, era durissima. Giornate intere piegate nelle risaie, immerse nell’acqua, spesso maltrattate dal padrone… Eppure si cantava durante il lavoro, e molte sere si ballava coi giovanotti dei paesi vicini.
Oggi, queste ragazze cresciute non sono cambiate. Quella sera, a Modena, non si riusciva a trascinarle nel furgone per riportarle a casa: cantavano, ridevano, chiacchieravano, distribuivano lambrusco e parmigiano…E’ stata una serata divertentissima e forse mi ha aiutato a comprendere meglio il perché del mio attaccamento alla storia delle mondine. Ho realizzato che la vera resistenza non è solo la lotta per i propri diritti. La vera resistenza è sopravvivere ad una vita faticosa, e nel contempo lottare per cambiarla ma conservando sempre la voglia di ridere, cantare, ballare, tirar tardi.
Io ho quasi 30 anni, sono disabile, e per mia fortuna, grazie anche alle mondine e alle loro lotte, posso dare per scontati alcuni diritti che 50 anni fa erano solo un obiettivo lontano (un’altra canzone che ci ha insegnato quella maestra faceva più o meno così: se 8 ore vi sembran poche, provate voi a lavorar…). Ma ho altre cose per cui lottare: contro l’emarginazione, per un lavoro che mi realizzi, per una vita il più possibile “normale”. Vorrei tanto imparare a combattere le mie battaglie alla maniera delle mondine, con coraggio e senza chiudermi in me stessa, conservando sempre la voglia di ridere, di divertirmi, di cantare anche quando le cose si fanno più difficili… Non è facile, ma le mondine, giorno dopo giorno, continuano a testimoniarci che si può fare. Ed è fondamentale per me sentirmi, almeno un po’, loro figlia. Mi sento più forte. Spero di non deluderle!

Valeria Carletti   
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Assistiti sì, volontari no

Volontariato? Sì, grazie! Ci credo, io, alla società civile, mi piace pensare d’essere parte attiva di una comunità. Sarà forse colpa del dna, è un vizio di famiglia.
Tutto nacque quando l’autogestione sconvolse il mio liceo “d’èlite” e mi diede modo di conoscere quei pochi studenti della scuola un po’ intelligenti e d’iniziare a frequentare il gruppo studentesco di una famosa organizzazione. Non è che facevamo molto, ma mi sentivo importante, e quando il gruppetto si sciolse passai alla sede centrale. Scrivevo gli appelli, creavo i volantini, aiutavo a progettare gli eventi, ma accompagnavo anche gli altri agli incontri e ai banchetti. Sono stati anni importanti e belli e credo di aver imparato molto.
Si sa però, nelle associazioni i volontari vanno e vengono. Il “ricambio” non fu molto felice per me. Il nuovo capo era un giovane promettente ed in gamba intellettuale di sinistra con i capelli ricci e la barba. Una sera fece l’appello per organizzare una comitiva per il Social Forum di Firenze. Io venni semplicemente saltata. Nessuno me lo chiese, e io mi sentii morire dentro, anche se poi ci andai con delle amiche per conto mio. Sta di fatto che di colpo non mi si chiedeva più di fare un banchetto, o partecipare agli eventi esterni: ero diventata l’addetta al computer. Quello di casa mia! Io non dissi niente, anche perché mille volte mi sono chiesta se sia giusto pretendere che dei volontari debbano pensare anche ad aiutarmi. Ora come ora risponderei forse che se qualche lavoretto al pc lo faccio e se metto a disposizione la mia testa per qualche idea decente, non è poi una richiesta così assurda un “braccio” per aiutarmi a camminare. E poi i “volontari” dovrebbero andarci a nozze, no? Ma questa è la risposta che mi dò quando mi sento sicura di me, cioè quasi mai. Quando mi proposero con assoluto candore 200 pagine da tradurre, la presi a ridere, pensai alla mia tesi che mi teneva 8 ore al giorno davanti al pc, e me ne andai.
Decisi allora di impegnarmi nel campo della disabilità, visto che…sono in tema. Sono andata da un tipo in carrozzina che gestiva un’associazione e che mi ha fatto un’ottima impressione. Peccato che la volta dopo mi ha chiuso da sola in un ufficio 4 ore a fare ricerche, forse inutili. Stessa cosa da altre due parti. Capisco che il mio punto di forza è il pc, e che certo non posso portare le minestre ai barboni, ma è troppo chiedere che un’esperienza di volontariato ti dia anche qualcosa dal lato umano?
Demoralizzata, mi sono rivolta ad un gruppo di giovani che si occupava di cooperazione… Con ragazzi così sensibili non poteva andarmi male! In effetti mi hanno accolto a braccia aperte, solo che per un mese ho chiesto, inutilmente, che cosa potevo fare: si dividevano i compiti e a me…nulla. Una sera sono andata con loro ad una cena di solidarietà per il popolo nicaraguita e sono rimasta intossicata, ho provato l’ebbrezza dell’ambulanza a sirene spiegate e di una settimana di flebo. E’ stato l’unico episodio degno di nota di quel mese e se mai diventerò nonna potrò raccontare del terrore provato davanti a quell’infermiere che aveva verosimilmente il parkinson e che si è presentato a casa mia per montarmi una flebo… memorabile!
Da un po’ non ho la forza di cercare altro. Mi tengo occupata, ma mi sento più inutile e più vuota e talvolta mi viene il dubbio che forse davvero sarei più un peso che un aiuto. Poi mi arrabbio per averlo pensato, e mi dico che dovrei riprendere la ricerca, anche perché il mondo del terzo settore è per antonomasia aperto alla diversità… Sì, dev’essere così e forse sono semplicemente stata un po’ sfigata.

Valeria Carletti
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Oltre il ponte

Lo psicologo da cui sono andata per un po’ di tempo per riferirsi alla mia disabilità usava spesso la parola “malattia”. Chissà perché non sono mai riuscita a ribattere che non mi sento affatto malata, a parte quando ho la febbre. Non mi piace uscire con della gente che non fa altro che preoccuparsi di me, non voglio che vadano a prendere l’auto parcheggiata a 20 metri per non farmi camminare. Se sono stanca, lo dico, se non me la sento di far qualcosa, pure. I miei limiti li so e credo di accettarli abbastanza. Certo, quando dopo un concerto parte la disco e non riesco neanche a dire ai musicisti quattro parole in croce capita che mi venga voglia di abbattere il dj. Però malata non mi sento proprio, almeno non fisicamente. Emotivamente instabile…sì.
Non riesco a togliermi dalla testa che se il telefono non squilla, se non sono invitata ad una festa, se non ho il fidanzato, se non mi mandano il lavoro …è per via della mia disabilità. Per non parlare del mio costante bisogno di conferme, e di bellissime serate rovinate da una frase non detta da qualcuno. Che magari era semplicemente stanco, o non ci ha pensato.
Mi atterrisce la possibilità di vivere una vita “a metà” per via della mia condizione. Possibile che devi sempre far qualcosa?” mi chiedeva lo psicologo insinuando che non accettassi completamente la mia “malattia” e rimediassi fuggendo. Intendiamoci, passo intere serate sul divano a vedermi ogni tipo di telefilm su medici, avvocati e criminali vari…. So tutto del dr. House e la mia vita sociale non è certo al top. Certo, cerco di vivere più che posso, come posso.
Sere fa in un locale di periferia di Modena cantava un coro di Mondine. Finito il mini-live queste arzille signore sono scese dal palco e hanno continuato inesorabilmente a cantare finché la povera direttrice del coro a fatica le ha trascinate a casa.
Le guardavo divertita e commossa pensando agli anni spesi cantando chine sui campi di riso. Ad 80 anni suonati continuano a cantare, e credo che la loro “spensieratezza” derivi dalla consapevolezza di aver fatto tutto quello che dovevano. Una vita intensa.
E’ difficile per me capire se sto facendo tutto quello che devo fare, per il semplice fatto che, se non fossi disabile, la mia vita sarebbe diversa.
Italo Calvino nella canzone Oltre il ponte racconta di alcuni ragazzi ventenni (io però di anni ne ho quasi 30…) che nel 1945 scorgono la vita, la libertà oltre un ponte ancora in mano nemica. Io mi sento così. Quello psicologo alla fine dei conti mi ha consigliato di accontentarmi e starmene un po’ tranquilla da questa parte del ponte a guardare la vita da lontano. Molti lo fanno, forse trovano una loro pace e stan meglio di me. Forse è un buon consiglio medico. Io però non posso pensarci, sarebbe terribilmente doloroso, e profondamente ingiusto.

Valeria Carletti
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Le sagre non hanno un palco sotto cui stare

Ogni mese faccio felici i dipendenti della Feltrinelli che sicuramente si pagheranno una vacanza ai Tropici grazie a tutti i libri che compro. Ma la mia passione è la musica. Sarò banale nel dire che le “mie” canzoni riescono a trasportarmi verso situazioni, momenti, storie che non ho ancora vissuto e di cui sento un’immensa nostalgia. La nostalgia di qualcosa che non ho mai - ancora – avuto e che, non lo nego, è certo amara, ma anche dolce, e non potrei farne a meno.
Era il 1996 quando ho iniziato a girare per concerti. Ho seguito assiduamente (perseguitato?) più di un gruppo, mi son fatta centinaia di km e di concerti. Ho conosciuto gente un po’pazza, girato decine di pub dopo i concerti, conquistato la prima fila in situazioni improponibili. Come quando, dopo la marcia di 10 km per il Social Forum di Firenze, completamente a pezzi, ho attraversato una piazza ricolma a colpi di “Scusi, permesso”, e con un’amica sono arrivata in prima fila. Già, perché una transenna a cui appoggiarmi devo sempre averla, sennò faccio troppa fatica a stare in piedi. E come al Leoncavallo con il pogo che impazzava e la faccia preoccupata di un amico fisarmonicista che a metà concerto mi ha mandato il manager implorandomi di spostarmi. Ovviamente gli ho fatto segno che no, stavo benissimo. Credo mi abbia odiato.
Ai concerti prima andavo con mia madre, o con un gruppo di amiche pazze quanto me. Ora mamma non può più tanto e le amiche si sono fidanzate, o hanno nuove vite. Io invece son rimasta attaccata alla transenna, sempre in cerca di ragazze disposte ad accompagnarmi. Una me la fornisce il comune. Ho avuto un bel po’ da dire con l’assistente sociale, che periodicamente mi stimola a trovarmi qualcosa da fare in città, invece di girovagare per l’Italia inutilmente. Una volta mi ha rimproverato che proprio non mi accontento mai. “Hai mai pensato di andare alle sagre?” è stato il suo illuminante consiglio. Credo d’averla fulminata con uno sguardo d’odio. Ho sprecato il fiato cercando di spiegare che non ho poi molto di cui accontentarmi e che comunque non sono un cagnolino da portare a spasso. Esco quando c’è qualcosa che mi piace o amici da vedere. Sono banale, di solito a Torino opto per un cinema, un pub o una conferenza che m’interessa. Al momento non ho amici frequentatori di sagre. Mica l’ha capito questo. E credo non capirà mai che nei concerti ho trovato un mio piccolo mondo, fatto di musica, chiacchiere, prese in giro (“di nuovo qui?” mi dicevano i miei amici musicisti, provando per scherzo a darmi delle date palesemente false…), calore. Sono momenti in cui mi sento finalmente viva, e ho smesso di sentirmi in colpa pensando che in fondo è una fuga. E anche se fosse?
Ripensandoci, poi, ad una sagra ci son stata, quella del peperone. Ovviamente c’era un concerto di un gruppo di miei amici. I peperoni neanche li mangio, io…

Valeria Carletti
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Tradizionale? No, no di certo!

Da mesi non si fa altro che parlare di famiglia tradizionale. Da destra e da sinistra si affannano a spiegarci quanto sia in pericolo, ed è inutile tirar fuori il principio della laicità dello stato, o puntualizzare che una legge che attribuisce qualche diritto alle coppie di fatto non manda in rovina la famiglia tradizionale. D’altra parte si tratta di ovvietà, e ribadirle sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.
C’è un punto però che non mi convince e che riaffiora nella mia testolina ogniqualvolta spuntano alla tv Casini o Mastella e non ho il telecomando a portata di mano per cambiare canale. Ma cosa vuol dire tradizionale? Mi viene da pensare a quelle assurde pubblicità del Mulino Bianco con la famigliola allegra che si sveglia d’ottimo umore (non come la sottoscritta che la mattina è una larva), e, dopo una dolce colazione, inizia il solito tran-tran: la mamma ovviamente dedita al focolare, i figli a scuola, il padre a guadagnare. Ecco, vorrei capire se la famiglia rimane tradizionale se, ad esempio, il padre è disoccupato (il Mulino Bianco non ha previsto quest’ipotesi), o il figlio marina la scuola.
Il fatto è che mi sento coinvolta in prima persona: “tradizionale”, io, non lo sono proprio. Sono disabile e mi faccio decine di concerti, spesso fuori regione (con grande disappunto dell’assistente sociale, che vorrebbe che io impiegassi il mio tempo libero in modo più…tradizionale, per l’appunto). Sono laureata, eppure ho trovato solo un posto di telelavoro perché non se la sono sentita di prendermi in sede, casomai avessi avuto ogni tanto bisogno di un qualche aiuto da parte dei colleghi. Ed allora la domanda da un milione di dollari è questa: se le unioni gay sono “contronatura” (ai posteri l’arduo compito di capire che significa), il giorno che un poveretto normodotato decidesse d’innamorarsi di me, il Cardinale Ruini penserebbe tanto male di noi in quanto famiglia sicuramente atipica?
Mi è stato già spesso rimproverato che frequento pochi disabili: “faresti meno fatica ad incontrare qualcuno che ti apprezzi”. E non importa se poi questo qualcuno ascolta Nek, non conosce Wish you were here e non ha mai letto un libro…l’importante è che sia disabile come me, come impongono società e…tradizione (o ipocrisia?).
Ma non mi preoccupo: si sa, dei gay si può dire di tutto, ma infierire troppo sui disabili non si può. E’ solo che la mia mente contorta non può non pensare che il contrario di “tradizionale” è, in parole povere, “diverso”.

Valeria Carletti   
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Anni di università (2004)

Il 6 aprile di quest’anno mi sono laureata. Mi danno abbastanza fastidio le persone che si complimentano con eccessivo entusiasmo per questo traguardo raggiunto, quasi fosse un obiettivo irraggiungibile. Mi considero una ragazza normale che dopo 5 anni di università (ebbene sì, ci ho messo un anno in più del dovuto) si è laureata. Ho semplicemente studiato come hanno fatto tutti i miei compagni che, come me (anzi, molti prima di me!) hanno conquistato l’agognato “pezzo di carta”. Il percorso all’università è stato, anzi, abbastanza in discesa. Quando mia madre si recò presso la segreteria della facoltà di Scienze Politiche per dire che molto probabilmente la figlia diversamente abile l’anno successivo si sarebbe iscritta alla suddetta facoltà, fu accolta con straordinaria disponibilità. Nessun problema, e anzi, fu proprio in quell’occasione che incontrò per caso un Professore che le parlò di un nuovo e interessante corso di laurea, del quale era ideatore e presidente, e le disse che gli sarebbe piaciuto avermi tra gli allievi. Il corso era Scienze Internazionali e Diplomatiche e caso vuole che in quei mesi ad Amnesty International, dove facevo volontariato, avessi incontrato una ragazza che si era iscritta l’anno prima proprio a questo nuovissimo corso. La considerai una “strana” coincidenza, e dopo aver riflettuto sul fatto che una laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche mi avrebbe dato la possibilità di un lavoro che comportasse, come ho da sempre desiderato, un impegno nel sociale (nell’ambito, per esempio, dei diritti umani o della cooperazione con i Paesi in Via di Sviluppo) tentai il test d’ingresso e…..lo passai. E’stato quindi anche grazie alla spinta di quel Professore che mi sono iscritta a questo corso, colpita dal fatto che con poche parole avesse dimostrato non solo disponibilità ad accogliere una studentessa con problemi ma vero e proprio entusiasmo. Quando ho saputo che lo stesso Professore sarebbe stato il presidente della mia seduta di laurea mi sono quasi tranquillizzata e sono stata contenta che sia stato lui a proclamarmi dottoressa con la votazione di 110 e Lode!
L’università di Torino, o almeno Scienze Politiche, ha dei servizi efficientissimi per i diversabili. Io desideravo andare alle lezioni da sola e non più accompagnata da mio padre come al liceo ma temevo non sarebbe stato possibile. Invece per tutti gli anni di università ho avuto a disposizione una persona che mi aspettava davanti all’entrata, dove arrivavo in taxi (ho i buoni taxi del Comune), mi accompagnava in aula e poi mi veniva a riprendere. Prima si è trattato di un obiettore di coscienza, poi si sono avvicendate delle ragazze che facevano le “150 ore”, ossia vengono pagate dall’università per lavorare 150 ore e possono scegliere di assistere i diversamente abili a seconda delle loro esigenze. Per esempio, quando si è trattato di raccogliere il materiale della tesi, ho potuto avvalermi dell’aiuto di alcune ragazze che mi aiutavano ad andare a consultare i libri e fare le fotocopie. Mi ha colpito sapere che l’ultima ragazza che mi ha aiutato contemporaneamente a me dava una mano ad uno studente cieco che aveva bisogno di qualcuno che gli trascrivesse un libro sul pc, in modo da poterlo studiare. Questo per spiegare le innumerevoli opportunità offerte dall’università ai diversamente abili (senza considerare che dopo un determinato grado d’invalidità si è esenti dalle tasse universitarie)!
Prima degli esami mia madre mi accompagnava dal Professore di turno per concordare le modalità d’esame. La maggior parte degli esami li ho dati per iscritto invece che oralmente, modalità certo un po’ penalizzante ma che ho sempre accettato di buon grado….. Considerando che magari una persona con cui non ho rapporti frequenti fa fatica a capirmi (e, soprattutto, ha paura di non capirmi) a causa delle mie difficoltà di linguaggio, preferivo scrivere in modo da poter effettivamente dimostrare ciò che sapevo. Alcuni professori non hanno invece dimostrato la minima paura, optando quindi (con mia grande gioia!) per l’esame orale. Per esempio la Professoressa di Diritto Internazionale quando le ho posto la fatidica domanda mi ha semplicemente risposto che non vedeva perché dovessi fare per iscritto un esame orale quando lei non aveva poi grandi difficoltà a capirmi… Non è un caso che io abbia poi deciso di fare la tesi con lei! (certo, ho avuto la fortuna che la materia mi interessava molto e ho potuto trattare un tema a me molto caro, quello del diritto d’asilo). Mi ha consigliato di preparare una pagina in cui riassumevo i punti chiavi della tesi da distribuire alla Commissione, in modo che tutti i membri potessero seguire più agevolmente la discussione. E’ stato certo un consiglio utilissimo, anche se con mia grande soddisfazione ho scoperto che i due controrelatori avevano attentamente letto l’intera tesi (il cui titolo, per dovere di completezza, era “La tutela del diritto d’asilo nella giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) dal momento che mi hanno fatto i complimenti (tesi interessante e ben fatta) mi hanno rivolto delle domande molto specifiche, cosa importante per me che non volevo mi fosse regalato nulla.
Devo comunque dire che la quasi totalità dei Professori con cui ho dato esami mi ha accolto benissimo, a parte qualche eccezione che non poteva mancare, dal momento che ho dato 23 esami! Mi ricordo ad esempio un episodio divertentissimo: mi reco con una compagna a farmi registrare un voto sul libretto, il Professore lo apre in una pagina sbagliata e, convinto, lo restituisce alla mia compagna esclamando: “ma non ci sono esami!”. Considerando che ero al quarto anno, l’affermazione era alquanto fuori luogo! (e poi, anche se fosse stato il primo esame, non era forse tenuto a registrarmelo?!!) Quando noi, allibite, gli mostriamo la pagina giusta con, ovviamente, una sfilza di esami, il Professore in questione si mostra quasi…….stupito! in altre, poche, occasioni ho avuto la sensazione (o meglio la quasi certezza) che il Prof mi capisse poco o mi rivolgesse troppe poche domande, ma si è trattato, ripeto, di casi isolati e comunque non gravi.
Infine, due parole sui compagni di corso. Impossibile generalizzare, come dovunque ci sono stati quelli che mi hanno emarginata e quelli che non l’hanno fatto. Dopo sei mesi abbastanza infernali (ero capitata in un gruppetto che m’ignorava completamente), ho conosciuto alcune ragazze con cui sono diventata grande amica. E’ stato anche grazie a loro che mi sono laureata… Spesso non avevo neanche bisogno dell’obiettore perché c’erano loro che mi accompagnavano (una mia grande amica, poveretta, si è fatta per sei mesi cinque piani a piedi ogni giorno per seguire spagnolo perché ero terrorizzata dall’idea di prendere i vecchissimi ascensori di Palazzo Nuovo, una delle sedi dell’università, che sembra si debbano fermare da un momento all’altro!). Non ho mai avuto il problema degli appunti, me li hanno sempre passati, e ho avuto la grande fortuna di avere delle amiche bravissime negli studi che non solo avevano una calligrafia comprensibilissima ma avevano appunti che più completi non si può! (cosa fondamentale per andare bene agli esami!). E non dimentico le pause al bar, le camminate per spostarsi da una sede all’università all’altra, i pranzi sui gradini di Palazzo Nuovo…… sono queste le cose che ora mi mancano, insieme ad alcune di queste amiche che si sono trasferite, purtroppo. Insomma, quegli anni un po’ mi mancano (anche se, a dire la verità, non avrei più voglia di studiare e gli ultimi esami sono proprio stati pesanti da preparare, anche perché non frequentavo più e contemporaneamente ho svolto il servizio civile volontario!), e ribadisco che la laurea è stato un importante traguardo raggiunto dopo cinque anni molto……..normali!

Valeria Carletti
http://oltreilponte.blogspot.com