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Risposte
A distanza di due anni ormai, mi fa quasi ridere pensare a quel che è capitato. Se mi soffermo un po’ di più però, scatta quella sana rabbia che sembra dirmi di non rinunciare a vivere come meglio credo. Ho avuto una carriera scolastica molto “normale”; episodi d’emarginazione ce ne sono stati, ma alla fine li ho superati, e ricordo quegli anni quasi con nostalgia, col solo rimpianto di non essermi dedicata tanto a me. E’ così sicuro che sia così importante andare bene a scuola? Ora come ora ho qualche dubbio.Il giorno della laurea ero frastornatissima, e più che per la laurea in sé ero felice per gli amici che stavano vivendo con me quel giorno di follia completa.
Dopo pochi mesi lavoravo già. Una borsa lavoro per ragazzi disabili presso l’informahandicap, tre ore e mezza al giorno, rimborso spese. Il lavoro non era male, specie se lo paragono a quello di ora: ero nella redazione, facevo rassegna stampa, scrivevo…il lavoro ideale per me! Peccato che l’ambiente era un po’ troppo protetto. Dopo due colpi di tosse scattava la domanda: perché sei venuta a lavorare? Inutile spiegare che solitamente la tosse mi dura anche un mese e non mi sembrava il caso di prendermi un mese di mutua perché avevo la tosse. Ma in realtà non voglio soffermarmi su questo. Il fatto è che tre ore e mezza intervallate da mezzora di pausa caffè erano proprio poche per i ritmi cui ero abituata.
Vicino alla redazione dove lavoravo c’era un ufficio che si occupava di inserimenti lavorativi e tempo libero. Ci andai un po’ di volte, spiegando che stavo proprio male a lavorare così poco, e chiedendo se c’era possibilità di far qualche altro lavoro, magari il pomeriggio, o trovare anche solo qualche attività in cui potermi impegnare.
In sintesi, ecco le poche risposte che non ho ancora rimosso, con le relative mie obiezioni. (Qualcuna però solo pensata: di fronte a simili atteggiamenti a volte mi blocco e non trovo la forza di reagire)
Ma un lavoro ce l’hai già, perché non ti accontenti? (tre ore e mezza non mi bastano, sia psicologicamente, sia economicamente; e poi mi trovi lei un laureato che si accontenta di un lavoro così..)
Ma perché non ne approfitti per uscire coi tuoi amici, visto che ti senti anche sola? (ehm… tutti i miei amici hanno la strana abitudine di lavorare il pomeriggio, per questo se esco, esco di sera..)
Perché non vai a farti un giro al supermercato? (no comment, credo di averla semplicemente guardata..)
Ma se poi lavori anche il pomeriggio non ti stanchi? (ma saran poi fatti miei?)
Tu fai cose troppo intellettuali. Devi rilassarti, perché non vieni al corso di trucco? (prego?)
Dedicati un po’ a te stessa. Fai nuoto. (Ecco, qui ho ceduto, e me ne pento, ma dopo due mesi ho smesso: era estenuante, finivo piena di dolori, faceva caldo e mi si rovinava la piega..).
Chissà quante volte questa donna avrà dato risposte simili ad altri disabili. Io credo che siano risposte che possono far molto male: davanti a lei non ero più io, ero l’ennesima povera disabile, e tale un po’ mi sentivo.
Alla fine il lavoro l’ho cambiato, ma l’esperienza si sta rivelando devastante e devo fare in fretta ad andarmene anche da lì. E’ vero, a distanza di due anni ci rido di queste risposte, ma mi rendo conto che, inconsciamente, faccio molta più fatica di prima a ricordarmi chi sono, e che la pretesa ad un lavoro “vero”, lungi dall’essere assurda, è il risultato degli anni di studio e di tutto quello che ho fatto negli ultimi 28 anni della mia vita.
Valeria Carletti
http://oltreilponte.blogspot.com