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Piccole cose
A volte anche le metafore hanno un loro perché. Quella dei treni per esempio funziona bene. Ci pensavo in questi giorni, e meditavo che, se per chiunque è difficile salire al volo sui vari treni che passano nel corso della vita, lo è doppiamente per chi ha una disabilità. L’immagine è comica, pensateci un attimo: una persona che non cammina bene che tenta di salire sul treno, e ha pochi attimi per farlo.. Vedrei bene una vignetta di Vauro!Uscendo dalla metafora, vorrei un po’ sfogarmi contro i molti che, esplicitamente o no, mi fanno capire che non comprendono la mia perenne insoddisfazione. Sì, perché da anni mi capita di trovarmi davanti a persone che si meravigliano delle cose che ho fatto, e dietro le loro parole molto spesso si legge benissimo un giudizio che trovo terribilmente ingiusto. Studiare, laurearsi, uscire, vagabondare per l’Italia, sono attività abbastanza ordinarie per un giovane ma se il giovane è disabile improvvisamente diventano straordinarie. Non è anche questa una sottile forma di pregiudizio? La parola integrazione perde di senso se, nel giudicare la vita di una persona, si dà così importanza al fatto che abbia o no una disabilità. Io lo penso davvero questo, e sfortunatamente per me (non giova certo al mio umore) tra i parametri che uso nel giudicare la mia, di vita, non riesco a mettere quello della disabilità. Semmai la metto tra gli ostacoli. Ecco allora che la metafora dei treni persi torna inesorabile alla carica. Perché è vero che mi sono laureata, è vero che non vivo da reclusa, ed è anche vero che si potrebbe dire che ho fatto tante cose (ma qui scatta il concetto di relatività: siamo sicuri che sono tante? Io, la mano sul fuoco non ce la metterei, anzi..), ma, alla soglia dei 30 anni mi accorgo, giorno dopo giorno, che la mia strada non l’ho ancora trovata e che in questo preciso momento sono inesorabilmente impantanata.
E non so se i treni che ho perso, anzi che non ho nemmeno visto, mi sono sfuggiti per colpa mia, o se oggettivamente non sarei proprio riuscita a salirci. So che da anni cerco di inserirmi in qualunque cosa a Torino, e so che immancabilmente non ricevo risposta, ma davvero non so se dipenda da me o dai miei problemi. Una cosa so, ed è che sono piuttosto stanca.
Sono stanca di mandare mail, messaggi e chi più ne ha più ne metta, per inserirmi in associazioni, circoli e quant’altro dove, evidentemente, non mi vogliono (l’ultimo episodio risale ad una settimana fa, ma concedetemi di sorvolare). Sono stanca di chi mi giudica una pazza perché nell’ultimo anno e mezzo, da quando cioè ho iniziato a segnarmeli sul mio blog, ho all’attivo 116 spettacoli visti, tra concerti e spettacoli. Sono stanca di chi, davanti a tutto questo, mi fa notare che non dovrei proprio lamentarmi.
Con questo non voglio dire che ho una vita triste. Adoro le cose che faccio e non rinnego i 116 concerti. Continuerò imperterrita. Sono le piccole cose di tutti i giorni che mi mancano un po’, la quotidianità, qualche motivo per svegliarmi la mattina senza chiedermi se ha poi un senso. Banalmente potrei dire un ragazzo, un lavoro vero, degli impegni in cui la mia presenza risulta fondamentale. Direi soprattutto quest’ultima cosa. Mi piacerebbe avere una vita più… ordinaria, non sono così alternativa come si crede.
Potendo scegliere, aprirei volentieri un piccolo locale. Studierei bene il menù, le luci, l’arredamento, e metterei la musica che voglio io, da Tom Waits a Capossela a Yann Tiersen, e magari anche qualcosa d’allegro per non indurre al suicidio gli avventori. E chiacchiererei, chiacchiererei, chiacchiererei.
Le “piccole cose” di tutti i giorni sono certo un parametro più sensato della disabilità per capire come ti sta andando la vita. Io adoro le piccole cose.
Valeria Carletti
http://oltreilponte.blogspot.com